1800 un secolo di teatri

Nel XIX secolo, in provincia di Bari, sorgono circa cinquanta teatri, segno di un vivace panorama culturale, contraddistinto da vivo interesse del territorio per il teatro. Alcune strutture sono provvisorie, altre sono classificate come sale teatrali (struttura con o senza palchi, ricavata in edifici preesistenti) e solo quindici sono segnalati come teatri di pianta (struttura costruita ex novo). Questa rinnovata voglia di teatro coinvolge anche Gioia e alcuni dei comuni viciniori. Tra questi vi sono, nella prima metà del 1800: Noci (Teatro dell’Orologio, 1824, sala teatrale, proprietà comunale; stato attuale: alto uso), Putignano (Teatro Vecchio, secolo XVIII, sala teatrale, proprietà comunale; astato attuale: demolito), Acquaviva (Teatro De Mari, secolo XVII, sala teatrale all’interno dell’omonimo palazzo, situato al quarto piano al di sotto del tetto, proprietà privata prima e comunale poi; stato attuale: distrutto).

Ancora nella seconda metà del 1800 troviamo: Noci (Teatro Comunale, 1896, sala teatrale; stato attuale cinema), Putignano (Teatro Comunale, 1881, teatro di pianta; stato attuale: in ristrutturazione), Castellana (Teatro Comunale, 1858, sala teatrale; stato attuale: distrutto), Turi (Teatro Comunale, 1879, sala teatrale; stato attuale: uffici comunali), Acquaviva (Teatro Vittorio Emanuele II, 1872, mai completato e, tantomeno, entrato in funzione; stato attuale: in ristrutturazione), Santeramo (Teatro Comunale, II metà ‘800, sala teatrale; stato attuale: distrutto), Altamura (Teatro Mercadante, 1895, teatro di pianta, proprietà comunale; stato attuale: da ristrutturare) e Castellaneta (Teatro Comunale, II metà ‘800, sala teatrale; stato attuale: abitazione privata).

A Gioia del Colle, dove già alla fine del ‘700 è presente un teatro di sala privato, nel 1837 –  in anticipo, quindi, rispetto ai paesi limitrofi – sorge il teatro di pianta comunale.

 

Una proposta a sorpresa

Come in ogni buona sceneggiatura, il teatro di Gioia del Colle nasce quasi a sorpresa, alla fine di una riunione decurionale del 23 aprile 1837. Il Consiglio dell’epoca ha appena discusso del rinnovo della ocazione, scadente nel mese di agosto,  del grande locale, detto il “lamione”, posto dietro il Municipio e già adibito a ricovero di cavalli da posta, ed ha fissato i nuovi criteri per l’affitto, quando la mozione di un decurione sorprende i componenti del decurionato.

Egli afferma “di essere cosa sorprendente e dispiacevole che in questo Comune, che contiene al di sopra di dodicimila  abitanti, e che è situato in un punto tra le Provincie di Lecce, e Basilicata con una strada Consolare, per dove transita la diligenza, e Procaccio,  non vi sia un locale proprio da servire per Teatro, per cui sarebbe utile, che il Lamione per lo quale sonosi già fissate le basi di affitto, possa restare inaffittato, da servire per uso di Teatro...con supplicarsi dal Sindaco i Superiori onde si benignino gradire una tale proposta, per la migliore civilizazione di questa popolazione... per la formazione del teatro in detto locale, da riattarsi all’uopo ”. A tali parole “facendo eco alla proposta”, il decurionato aderisce all’unanimità rimettendo tutto alle autorità superiori. L’affittuario farà ricorso varie volte alla decisione presa dalla municipalità, la quale confermerà sempre con fermezza la sua volontà di dotare il paese di un teatro.

 

Dal “lamione” al teatro

Un primo decisivo impulso in tale direzione viene dato dal Sindaco Don Antonio Panessa, che, durante la seduta del 18 gennaio 1841 stanzia all’uopo la somma di 1000 ducati. Nella stessa seduta si conferma la scelta del sito “per essere centrale nel paese e si rinfrancherebbe l’esito per l’acquisto del suolo” e si incarica l’ingegnere provinciale aggiunto Felice Ravillion di redigere il relativo progetto.

Si dovrà aspettare il 1843 per l’inizio dei lavori a causa dell’ultimo ricorso presentato dagli eredi dell’affittuario del “lamione”, ricorso respinto per l’ennesima volta dal Comune. Ma l’aver “riadattato” l’edificio mostrò presto i suoi inconvenienti strutturali, fonte di problemi, chiusure, numerose ed onerose riparazio

Al termine dei lavori, il teatro presentava due ordini di palchi (21 in tutto) dalla capienza complessiva di 230 posti. Delle opere decorative interne fu incaricato nel 1857 il pittore Tommaso Bianchi D’Espinoza, che aveva acquisito prestigio lavorando per i “Reali Teatri di Napoli”; per tale occasione padre Edoardo Bruno di Gioia dedicò all’artiste due sonetti ”al giovane egregio pittore Tommaso Bianchi che il nuovo teatro di Gioia in terra di Bari, di molte bellissime scene decorava”. Nello stesso anno veniva nominata la prima deputazione teatrale e naturalmente il primo custode.ni. La prima di queste è del 1854, anno in cui si dovette provvedere alla riparazione di varie lesioni nei muri del palcoscenico e alla tettoia, che si rivelerà essere negli anni seguenti il punto debole della struttura o meglio per dire la sua spada di Damocle. Di questo primo teatro non si conosce molto, tranne che la disposizione interna, sommaria e priva di palchi; a ciò si ovviò nel 1855 incaricando l’architetto Michele Lofoco di Bari di progettare la sistemazione interna a palchi, eseguita dalla ditta Montanaro di Gioia.

Un altro Sindaco che farà molto per il teatro di Gioia sarà Antonio Taranto. Questi si adoperò molto per eseguire i lavori di riparazione della “solita” tettoia (il teatro era chiuso da due anni) e si prodigò per dotare il teatro di nuove scene, poiché lo stesso “difetta di scene: ciò comporta privare il pubblico dei migliori drammi”, di una illuminazione più adatta (“il sentito bisogno di altri lumi”), di una sistemazione migliore dei palchi e del loro arredamento: “mancano i tavolati nei palchi che sono alti...indispensabile vestire l’interno dei palchi di carta di Francia vellutata”, ma, cosa più necessaria, di 12 dozzine di sedie “giacché vi era il riprovevole costume di mandare gli abbonati ogni volta che si apriva il Teatro [ a prendere ] le sedie dalle rispettive case”. E così, riparate temporaneamente le coperture e migliorate la qualità dei servizi interni e la dotazione scenica, il problema diventava ora quello di aumentane la capienza ed ingrandirne l’angusto palcoscenico, poiché l’edificio era divenuto insufficiente per l’accresciuta popolazione, tenuto altresì conto delle mutate condizioni sociali, economiche e culturali. Per far ciò occorreva acquistare l’area del giardino posto alle spalle del palcoscenico, di proprietà dei fratelli Depalma; le trattative, iniziate fin dall’anno 1867, furono presto abbandonate a causa delle esose pretese dei proprietari del suolo.

La situazione si sbloccherà 18 anni dopo, quando la decisione di ricorrere alla legge sulle espropriazioni per pubblica utilità, offrì alla Municipalità il mezzo per vincere le resistenze dei proprietari, che accettarono di vendere il terreno per la cifra di £ 3000. Nonostante il compromesso effettuato nel 1887, si dovrà aspettare però fino al 1893, a causa di un’ipoteca riscontrata al momento della stipula dell’atto finale (estremo tentativo dei proprietari di impedire la vendita del terreno). Nel frattempo, nel 1875, la tettoia aveva nuovamente mostrato segni di cedimento, tanto da ricorrere a nuove riparazioni sommarie finché nel 1880, l’architetto Pinto relazionava che “non è opportuno....permettere l’apertura del teatro al pubblico”.

Vi saranno successive ed onerose riparazioni, ma la minaccia di crollo delle coperture nel 1883, a causa delle travi tarlate ed fracide d’l’umidità, e la nuova relazione del Pinto, fecero si che la Municipalità decidesse di chiudere il teatro con la motivazione di “riparazioni necessarie a metterlo in stato di essere riaperto con sicurezza al pubblico”; decisione confermata anche dal Prefetto poiché il teatro non rispondeva ai nuovi criteri in tema di sicurezza pubblica non essendo “provvisto di uscite non solo facili, ma benanche sufficienti nei casi di pericolo, o di falsi allarmi, o di incendio”.

 

Il teatro di Chiaia

Questo nuovo impedimento spingeva il Comune ad intraprendere gli ennesimi lavori di restauro ed ingrandimento del teatro. Nel 1887 veniva acquistato il suolo del giardino Depalma e nel 1888 si incaricava l’ingegnere Vittorio Chiaia, progettista in quegli anni del Van Westerhout di Mola di Bari, di redigere il relativo progetto. Il progetto dell’ingegnere barese, oltre ai lavori di rifacimento della copertura ed ingrandimento del palcoscenico, che veniva fornito di sottoscena, camerini, piano meccanico e loggia di manovra, prevedeva la creazione di un avancorpo che contenesse il foyer, il botteghino, il guardaroba, i bagni ed il vestibolo di accesso (fino ad allora la sala del teatro era quasi al contatto con la strada), a il miglioramento della situazione armonica dell’orchestra; inoltre era previsto il restauro delle decorazioni preesistenti e l’aumento del numero dei posti.

Per le condizioni di sicurezza, altresì, veniva previsto un aumento delle uscite “a render facile e pronta l’uscita degli spettatori in caso di panico o di incendio”, e per l’esterno “…a decorarlo di un prospetto architettonico, il quale denunzi la destinazione dell’edifizio…coordinare l’ampliamento con le condizioni topografiche dell’edifizio rispetto alle vie che lo circondano”.

Dei due progetti presentati dal Chiaia, uno che prevedeva l’anfiteatro di platea e di seconda fila, che sfruttando in verticale lo spazio, consentiva un numero maggiore di spettatori, e l’altro che prevedeva di arretrare l’arco scenico per ingrandire la sala ed aumentare il numero dei palchi dei tre ordini, fu scelto quest’ultimo, che permise l’aumento della capienza da 230 a 376 posti. Dall’approvazione del progetto il 30 maggio 1890 si dovette aspettare il 1893 per l’inizio dei lavori per problemi burocratici, politici e finanziari. La situazione venne sbloccata dal Sindaco Daniele D’Eramo: nel 1893 l’Amministrazione approvò l’esecuzione di uno stralcio del progetto iniziale, dell’importo di £ 34000, per la parte inerente l’ingrandimento del palcoscenico ed il rifacimento della tettoia, dell’importo di £ 17000. I lavori vennero eseguiti dal costruttore gioiese Pasquale Castellaneta, e collaudati nel settembre 1895 dall’ingegner Nengha di Bari, che nella sua relazione attribuì l’aumento del costo dell’opera ad alcune necessarie migliorie, nonché al superamento di alcuni imprevisti sorti durante l’esecuzione dei lavori.

Uno di questi riguardava la copertura, di cui si prevedeva la ricostruzione utilizzando parte del vecchio materiale, e che si dimostrò inservibile poiché del tutto tarlato; inoltre era necessario rendere più solide le fondamenta del nuovo palcoscenico e collocare dei tiranti tra i muri perimetrali e quello interno della curva dei palchi per rendere la fabbrica un corpo tutto omogeneo; infine veniva resa uguale la lunghezza della platea a quella del palcoscenico e si rendeva necessario spostare l’arco scenico ed aggiungere due palchi per ogni ordine correggendo la curvatura della sala.

Da un censimento dei teatri del 1896 sappiamo che il teatro (denominato Comunale e non Rossini), dopo i lavori di ampliamento, era così composto: 12 palchi al primo ordine, 13 al secondo e 6 al terzo ove vi era anche il loggione ad anfiteatro con 60 posti; la platea infine aveva la capienza di 130 posti; per un totale di 376 posti. Altra realizzazione, su progetto dell’ingegnere comunale Giordani, eseguita nel 1898 per ragioni di sicurezza, fu la costruzione di una pompa antincendio ubicata nel giardino adiacente al teatro, una nuova porta di uscita, nuovi bagni ed una scala esterna per accedere in maniera indipendente al loggione del terzo ordine. Appartengono allo stesso periodo  i lavori decorativi eseguiti all’interno. Presentarono progetti di decorazione i pittori Enrico Castellaneta, Vincenzo Stea (di cui vi era un bozzetto del sipario e del soffitto; che non furono mai realizzati), ed i decoratori Domenico Battista e Nicola Mascialino di Bari. Il Chiaia, che era il direttore dei lavori, scelse il progetto di quest’ultimo che fu approvato nel 1897.

Al termine dei lavori, nel 1898, anche questi con una maggiorazione di spesa dovuta a modifiche e migliorie da £ 5000 a £ 5610, l’aspetto assunto del teatro presentava un arcoscenico con pilastri laterali con colonne scanalate e capitelli corinzi, sul cui prospetto vi era lo stemma cittadino, mentre la struttura in legno era stata staccata dal muro retrostante per questioni di acustica. Nei tre ordini, i palchi erano divisi da pilastri sui quali comparivano cariatidi, grifoni e bracci per l’illuminazione; sul fronte vi erano cornici dorate, mascheroni e calate di fiori ed i parapetti erano tappezzati di velluto rosso. Il plafone, con al centro un rosone traforato, era diviso in scomparti con dipinti a guazzo in prospettiva, ornato con fiori e cornici e in rilievo e dorate. Sull’arco scenico, infine, vi erano dipinti due amorini rappresentanti uno la musica e l’altro la commedia. Inoltre il Mascialino fornì il teatro di ben 10 scene, 22 quinte, 11 cieli, 18 pezzi staccati e restaurando tutto il vecchio materiale  scenografico esistente, adattandolo alle nuove dimensioni del palcoscenico.

Contemporaneamente il Sindaco D’Eramo, chiedeva al pittore gioiese Enrico Castellaneta, in costante ascesa, di eseguire un bozzetto per il disegno del sipario; lo schizzo, rappresentante il ritorno di Federico II al castello di Gioia dopo una battuta di caccia, non veniva accolto dato l’alto costo di realizzazione (£ 4000). Il cantiere del teatro continuerà ad essere molto attivo in quel periodo, poiché vi saranno nuovi lavori per l’arredamento delle sedie e poltrone della platea, e per la sistemazione dei palchi, di cui sarà elevato il pavimento; si provvederà al riordino dei banchi dell’anfiteatro del loggione e si eseguiranno riparazioni dei macchinari di scena ad opera del macchinista Grassi di Bari, che nello periodo allestiva il “Ciambellino” a Bari.

Conclusi i lavori decorativi, il Sindaco D’Eramo, incaricava il Chiaia di completare i miglioramenti alla fabbrica del teatro con la costruzione dell’avancorpo, poiché era “di grande importanza...completare l’edificio” per due importanti motivi: “per le esigenze igieniche, trovandosi attualmente la sala quasi in immediato contatto con la strada, e per il bisogno di approntare lavoro nella imminente stagione invernale agli operai”. I lavori venivano affidati, per trattativa privata, alla ditta Donatone Francesco di Gioia per essere completati nel gennaio 1901 assieme a quelli dei nuovi ambienti decorati dal pittore gioiese Luigi Santoro. Nel 1907 l’impianto a petrolio veniva sostituito da quello elettrico.

 

Rovina…

Negli anni seguenti, e sino all’inizio della seconda guerra mondiale, il teatro avrebbe subito solo piccoli lavori di manutenzione ordinaria, interna ed esterna. In pieno conflitto, a causa dell’occupazione da parte delle truppe tedesche prima e di quelle alleate dopo, il teatro subirà la devastazione interna con la scomparsa di tutte le decorazioni, le scenografie, l’impianto elettrico e persino le sedie, tanto che, nella seduta del consiglio comunale del maggio 1947, il sindaco Franco Surico doveva constatare che “il Teatro dopo la occupazione, per vari anni, da parte delle truppe italiane e tedesche e poi delle truppe alleate di ogni colore e nazionalità, che lo hanno danneggiato e spogliato di tutto, è ridotto in condizioni pietosissime”.

L’Amministrazione, dati i gravi danni, decideva di non restaurare l’interno, considerato l’alto costo, poiché ciò avrebbe portato al risultato “di avere sempre il solito vecchio teatro, angusto, capace di soli 350 posti a sedere, antigienico e inadatto alle moderne esigenze di una cittadina di circa 30000 abitanti”. Giungeranno proposte da parte di alcune ditte per ottenere la concessione del teatro, con l’impegno di provvedere, a loro spese, a tutti i lavori necessari per l’ampliamento e la trasformazione in un cinema-teatro moderno. Il Consiglio, nella seduta del 24 luglio 1947, approvava il progetto di ampliamento e trasformazione del Teatro Comunale compilato dall’ingegnere Basile e presentato da Vincenzo Latanza e Gaetano Donatone per la concessione gratuita del teatro per un periodo di 29 anni.

Il progetto prevedeva l’abbattimento dei tre ordini di palchi, la costruzione di un nuovo ingresso e di nuove uscite di sicurezza e della cabina di proiezione cinematografica. Identica sorte accadrà pochi anni dopo, sempre su progetto dell’ingegnere Basile, per il teatro comunale della vicina Putignano.

 

…ed ascesa

Finalmente, dopo gli anni “bui” di cinema prima e di successiva chiusura ed abbandono poi, vi è la fase di rinascita del “nostro teatro comunale”, come veniva orgogliosamente ed affettuosamente chiamato nei documenti ufficiali del XIX secolo. Infatti, con deliberazione della giunta Municipale del 29 aprile 1987, ratificata del Consiglio il 1° luglio 1987, veniva approvato il progetto di restauro presentato dall’architetto Dario Morelli, che prevedeva il ripristino della primitiva funzione dell’edificio, con la costruzione di tre ordini di palchi.

I lavori, dell’importo di £ 1.860.000.000 (in seguito aumentato a £ 2.417.000.000, nel 1993, con atto del Commissario, mediante ulteriore finanziamento della Comunità Europea) furono affidati all’impresa ICEI di Bari, che avviava il cantiere nello stesso anno. Gli arredi venivano interni venivano eseguiti dalla ditta SAM di Vimodrone (Mi). Nel 1997, infine, venivano collaudati i lavori ed il 9 novembre dello stesso anno il teatro veniva inaugurato con il concerto dei Solisti Dauni, diretti dal maestro gioiese Domenico Losavio, con l’esecuzione delle Quattro Stagioni di Vivaldi. Oggi, dei teatri viciniori, quello di Gioia è l’unico ad essere rinato. Si spera che ciò accada anche per i teatri di Putignano ed Acquaviva, unici edifici del circondario rimasti ancora in piedi di quelli esistenti nel XIX secolo, di cui resta però solamente la struttura esterna di stile ottocentesco.

 

Un teatro un paese

Fin dall’atto della sua fondazione e, soprattutto, negli anni seguenti fino al secondo conflitto mondiale, si evince un forte legame tra il teatro, la città e l’amministrazione comunale. Questa, sin dalla nascita del teatro stesso, aveva sempre respinto i ricorsi dell’affittuario del “lamione” e, ignorando anche le indicazioni del Sotto Intendente del Distretto che non riteneva il locale adatto ad uso teatrale, aveva addotto ogni volta, quale unica motivazione, quella che il locale era “destinato ab origine per locale di Teatro, e siccome manca in questo Comune un Locale proprio per detto uso”. Sulla scia di tali motivazioni, il primo Sindaco che contribuì fortemente alla realizzazione del teatro fu Antonio Panessa, convinto di “quanta influenza ha il Teatro sulla pubblica morale, e su i Costumi Sociali, ond’è che viene reclamato dalla voce dalla Civilizzazione del secolo, venendo benanche promosso, e protetto dalle Leggi”.

Altro Sindaco, in ordine di tempo, che si adoperò molto per la vita del teatro fu Antonio Taranto. Nelle sue parole si avverte l’importanza attribuita dall’amministrazione al teatro, dato che egli lamentava che “il nostro teatro è chiuso da due anni ad onta della sua covertura... non basta premunirlo esternamente, bisognerà renderlo decente anche nell’interno”. Ad opere completate, per il restauro della tettoia e per l’abbellimento interno, egli in una relazione al Consiglio con soddisfazione riferiva di aver “riparato ed abbellito un Teatro che minacciava rovina e sì bellamente ridotto che se non è primo fra tutti, certo non è secondo ad alcuno” (9 novembre 1862).

Dopo queste migliorie, cambiava anche il rapporto tra il teatro e la cittadinanza; esso vedeva aumentare notevolmente il numero degli spettatori nel periodo post-unitario, tanto che nel 1868, durante la discussione del bilancio si decideva di non concedere il sussidio annuo al teatro “perché è tanto il concorso al Teatro che più tosto le compagnie Comiche dovrebbero dare al Comune un premio a titolo di fitto che riceverlo”. Le lunghe e travagliate vicissitudini per l’acquisto del giardino Depalma e quelle economiche, amministrative, progettuali per i lavori di restauro, di ingrandimento e di completamento dell’edificio, mostrano la ferma volontà delle amministrazioni di fine ‘800 di dotare il paese di un contenitore culturale e sociale, come luogo di incontro adeguato alle nuove esigenze cittadine. Due Sindaci si batterono strenuamente per la definitiva sistemazione del teatro, Marcellino Cassano e Daniele D’Eramo. Il primo in una riunione consiliare del 1891 con forza esprimeva la volontà “di esumare dall’archivio il progetto di restauri e riforma del teatro comunale... I miei predecessori han gareggiato per vedere ultimata tale pratica... ”, ma, in quella occasione dovette piegarsi alle esigenze del bilancio.

L’amore di Cassano per il teatro era ben noto, dato che già negli anni passati egli aveva devoluto la propria indennità per la sua fruizione. Nel 1880 elargì £ 100 per la compagnia Trapani, £ 8 per acquisto di 4 chili di candele steariche, £ 40 per spese di illuminazione ed altri denari per il discorso sostenuto dal Deputato Serena all’interno del teatro, £ 250 nel 1882 per la compagnia Sancipriani. Questa “tradizione” dei Sindaci aveva avuto inizio nel 1876 con Vitantonio Bellacicco, che donò £ 500 a favore della compagnia melodrammatica di Gaetano Festa, che aveva avuto difficoltà nella vendita degli abbonamenti; il sindaco Bellacicco ritenendo “compromessa in certa guisa la dignità del paese essendocchè la compagnia trovatasi tutta sopra luogo” acquistò una serie di abbonamenti; tale gesto ebbe il plauso non solo del Consiglio, ma anche della cittadinanza che poté assistere alle rappresentazioni. Daniele D’Eramo sì prodigò per il completamento della fabbrica del teatro; sotto il sui mandati (maggio 1892-novembre 1893, agosto 1895-aprile 1897 e ottobre 1897-aprile 1901) si sbloccò la situazione di stallo dei lavori di restauro. Fu sempre lui ad effettuare la costruzione dell’avancorpo con le relative opere decorative.

In generale l’Amministrazione manifestò costante attenzione per il teatro, stanziando nei bilanci, oltre alle spese per gli innumerevoli lavori, un capitolo dedicato alla manutenzione del teatro (voce “manutenzione e custode”) ed uno “per diritti d’incoraggiamento”; dai documenti (delibere di Giunta e Consiglio)  nel periodo fino al 1950 l’Amministrazione eroga più di una decina di sussidi alle compagnie. Tali sussidi erano cosa normale per l’epoca “come si usa da quasi tutte le pubbliche amministrazioni, poiché il Teatro è uno dei migliori mezzi per la sana educazione delle masse”. Anche la borghesia dell’epoca era molto legata al teatro: ogni prima domenica del mese di giugno si festeggiava con un gran ballo di beneficenza, tenuto all’interno del teatro, la “Festa dello Statuto” (lo Statuto Albertino); in quell’occasione il teatro veniva addobbato riccamente e venivano elargite “limosine” alle famiglie bisognose.

Memorabile fu la festa dello statuto tenutasi il 1° giugno 1890, (il teatro era stato riaperto dopo 8 anni di chiusura) “per la cui occasione egli [il Sindaco Enrico Soria] credette di festeggiare quel giorno con maggior solennità degli altri anni...di fare cantare un inno di occasione dalla Compagnia diretta dall’artista Signor Bianchi...E’ inutile ripetere la buona impressione che produsse nel Teatro questo fatto essendo a tutti noto”. Per l’occasione furono acquistate “120 sedie occorse per corredare i palchi”.

Oltre alla festa dello statuto,oltre al suo naturale uso come contenitore di “prosa e musica”, il teatro venne anche adoperato per congressi, feste di beneficenza, riunioni politiche ed amministrative e proiezioni cinematografiche. Tra le serate di beneficenza ricordiamo quella in favore dei terremotati della Calabria (1905) e quella per i danneggiati dell’eruzione del Vesuvio (1906).

Nell’ambito delle riunioni di carattere politico, ricordiamo i vari discorsi tenuti dal deputato Serena nell’ambito della sua campagna elettorale (marzo e dicembre 1881) e il comizio di Benito Mussolini (13 ottobre 1912) sulla “Guerra libica ed imperialismo”. Altra “notizia politica” è quella dell’utilizzo delle sedie del teatro per il ricevimento tenuto il 31 agosto 1913 (probabilmente all’interno del salone della scuola Mazzini) per festeggiare l’elezione dell’onorevole giolittiano De Bellis. Altri festeggiamenti si tennero in occasione della vittoria italiana nella Grande Guerra, nel novembre 1918, con concerti musicali diretti dal direttore di banda Giacomo Argento.

Da questo periodo in avanti, e per tutti gli anni seguenti, l’attività teatrale sarà intensa, e inoltre vi sarà la richiesta da parte di privati della concessione del teatro. Tra coloro che ne fecero richiesta, ricordiamo, in ordine di tempo, Paolo Miraglino e Luigi Van Westerhout (1919), il circolo filodrammatico “N. Oxilia” (1924), Ettore Lopinto e Giovanni Mastrangelo (1929), la G.I.L. (1940), ed infine Giuseppe Castellano (1930 e 1940). Tra le varie manifestazioni celebrate all’interno del teatro vi era anche il ballo in maschera per festeggiare il carnevale, durante il quale si elargivano delle beneficenze a famiglie bisognose. L’ultimo di questi balli, prima della trasformazione della struttura in cine-teatro, si tenne in un teatro ormai spoglio di tutti gli arredi e le decorazioni interne, la sera di martedì 5 marzo 1946.

* * *

Dopo cinquant’anni di cine-teatro e di chiusura, a restauri effettuati, nella seduta del Consiglio Comunale del 19 settembre 1997, l’assessore alla cultura, Giuseppe Dentico, relazionava che “dopo aver proceduto al suo integrale restauro, il Comune di Gioia del Colle restituisce alla comunità il Teatro Comunale” il quale è “luogo privilegiato dell’identità culturale di un’intera comunità, in cui ritrovarsi per scambiare, rafforzare, modificare informazioni, conoscenze, rapporti, luogo in cui”vedere e vedersi”…Un teatro fulcro della vita cittadina, un teatro ritrovato per ritrovare l’intera comunità”.

Si rinnovavano così, a distanza di centocinquant’anni, gli intenti già presenti agli amministratori del XIX secolo. Nella stessa seduta si approvava lo schema di convenzione del rinato teatro, e ciò “curiosamente” a poco più di cento anni dall’approvazione del vecchio regolamento (9 settembre 1897) del “Teatro del Chiaia”. Attualmente il rapporto tra il teatro e la città, rinnovatosi con la riapertura del 9 novembre 1997, si è arricchito della gestione condotta dal teatro Kismet OperA di Bari, che in cinque anni ha visto crescere notevolmente l’affluenza di pubblico (dai 3.000 spettatori del 1998 ai 17.700 del 2002). A coronamento di questo vincente legame, è giunto il prestigioso premio ETI-Stregagatto 2002, attribuito allo spettacolo Bella e Bestia della concittadina Teresa Ludovico, coproduzione del Comune di Gioia del Colle e del Teatro Kismet OperA.

Il Teatro Kismet O.per.A cura la direzione artistica e tecnica del Teatro Rossini dalla stagione 1998/1999 alla stagione 2005/2006. A partire dalla stagione 2006/2007 l’organizzazione torna totalmente in seno al Comune di Gioia del Colle di concerto col consorzio Teatro Pubblico Pugliese.

Nella stagione 2007/2008, in particolare, la direzione artistica viene affidata a Carlo Bruni. Ad essa seguiranno tre stagioni, dal 2008 al 2011, in cui la direzione artistica e tecnica sarà affidata dal Comune di Gioia del Colle a Vito Marvulli e Giancarlo Castellano, sempre di concerto col consorzio Teatro Pubblico Pugliese.

La stagione 2011/2012, essendosi svolta durante il commissariamento del Comune di Gioia del Colle è stata una mini stagione organizzata dal Commissario in collaborazione con l'Ufficio Cultura e il consorzio Teatro Pubblico Pugliese.
Infine, le ultime due stagioni, 2012/2013 e 2013/2014, organizzate dal Comune di Gioia del Colle e consorzio Teatro Pubblico Pugliese, si caratterizzano per la presenza della Residenza di danza della compagnia ResExtensa, vincitrice del bando regionale “Teatri abitati”.

Sebastiano Lagosante, Il sentito bisogno di altri lumi - Il teatro comunale di Gioia del Colle, XVI Foglio d'identità territoriale/aprile 2003, Comune di Gioia del Colle-Assessorato alla Cultura